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Una nuova frontiera nella terapia dello scompenso cardiaco

Ancora i casi su cui è stata provata sono pochi: è un’applicazione “di frontiera”. Ma la terapia di attivazione del baroriflesso, già usata in pazienti con ipertensione resistente ai farmaci, è una novità che potrebbe migliorare non poco le condizioni dei pazienti con un’insufficienza cardiaca grave: l’intervento è infatti in grado di ridurre numero e durata dei ricoveri ospedalieri con un effetto positivo evidente sulla qualità di vita dei malati.

 

 

Uno squilibrio tra «freno e acceleratore»

La tecnica, finora utilizzata su poche decine di casi in tutto il mondo, consiste nell’applicare uno stimolatore elettrico molto simile a un pacemaker cardiaco in prossimità del barocettore carotideo, un “interruttore” che regola l’attività del sistema simpatico e parasimpatico (o vagale). «Il sistema simpatico è il nostro “acceleratore”: aumenta la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la forza di contrazione del cuore ed è più attivo durante le ore del giorno – spiega Edoardo Gronda, responsabile della Ricerca e cura dell’insufficienza cardiaca all’IRCCS Multimedica e coordinatore di uno studio pilota su undici pazienti –. L’attivazione del sistema vagale, più tipica delle ore notturne, fa invece da freno e ha effetti diametralmente opposti. Negli ipertesi resistenti ai farmaci e nei pazienti con scompenso cardiaco c’è uno squilibrio fra sistema simpatico e attivazione vagale a favore del primo, che di fatto è “sovraeccitato”. È come spingere l’acceleratore con un motore imballato: c’è un’insufficienza cardiaca ma l’organismo chiede al cuore di lavorare di più».

 

 

La terapia che riporta la stabilità

A oggi lo scompenso cardiaco si cura con farmaci che però, come osserva Gronda, «Hanno un’efficacia limitata, sia per l’entità sia per la durata della risposta del paziente. Da qui l’idea di posizionare uno stimolatore sul barocettore carotideo: quando quest’ultimo viene attivato, infatti, riduce l’attività simpatica aumentando quella vagale, riportando cioè equilibrio fra le due componenti che vanno in senso opposto. L’effetto che abbiamo osservato nei nostri primi pazienti è molto positivo e si mantiene stabile nel tempo, con una riduzione consistente della necessità di ricoveri e un netto miglioramento della qualità di vita. I candidati “giusti” sono malati con un’insufficienza cardiaca grave ma non estrema». I dati incoraggianti ottenuti in Italia sono stati confermati di recente da uno studio multicentrico internazionale su 140 pazienti, presentato nel corso dell’ultimo congresso dell’American College of Cardiology; inoltre, il rischio di effetti indesiderati secondo l’esperto è «Basso, se la tecnica è eseguita correttamente. Peraltro l’attivazione del baroriflesso è già usata su casi di ipertensione resistente ai farmaci, per cui si tratta di utilizzare conoscenze già note su un’altra categoria di pazienti. A giugno partirà il registro europeo per raccogliere sistematicamente i risultati ottenuti nello scompenso cardiaco e avere perciò dati più solidi sui benefici possibili». Al momento per l’intervento servono circa 48 ore di ricovero, ma in futuro l’iter potrebbe diventare perfino più breve; il costo complessivo oggi si aggira attorno ai 30mila euro, di cui circa la metà per lo strumento, ma se la terapia di attivazione del baroriflesso diverrà più frequente e sarà rimborsabile dal Servizio Sanitario la spesa dovrebbe ridursi.